lunedì 23 ottobre 2017
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Un pensiero per Castelfusano: premiazione sul palco della Sagra della Tellina 2017

Un pensiero per Castelfusano: premiazione sul palco della Sagra della Tellina 2017

Silvia Chessa è la vincitrice di Un pensiero per Castelfusano, che ha raccolto i pensieri, i racconti e le poesie dei lettori della pagina La Mia Ostia



Sul palco della Sagra della Tellina 2017 Silvia Chessa è stata premiata per "Un pensiero per Castelfusano " con il suo racconto "Non solo alberi" letto per il pubblico da Marcello Muccelli che gestisce la libreria "Il Brucotondo" in via Mare di Bering a Ostia.
Moltissimi i lavori arrivati in redazione, che hanno spaziato da semplici frasi a poesie, da pensieri a racconti. Elisa Palchetti e Aldo Marinelli hanno premiato la vincitrice di appena 17 anni, di Acilia, ma frequentatrice assidua della Pineta per il suo impegno sportivo agonistico.
Un bellissimo momento dedicato al nostro bene più prezioso che è la Pineta, considerata come una casa per chi ci vive vicino.

Questo il racconto integrale di Silvia Chessa:

NON SOLO ALBERI


"Etta correva accanto a suo nonno. Cercava di stare il più possibile vicino a lui, di mantenere la sua andatura. Le sue gambe erano troppo corte per reggere il suo ritmo. Le facevano paura gli alberi alti tutto intorno a lei. Non riusciva mai a vederne la fine.
Ogni tanto suo nonno si fermava, la aspettava e le diceva il nome di alcuni alberi, indicandoli. Etta si ricorda che ne diceva sempre tanti, e tutti diversi tra loro. Acero campestre, mirto, leccio. Ma a lei rimaneva impresso in mente solo un nome, il pino domestico. Le ricordavano grandi ombrelli, frutto dell’immaginazione di una bambina di 8 anni. Il tronco alto e privo di foglie o rami; solamente in cima erano molto larghi. E poi, come faceva a dimenticarsi dei milioni di pinoli mangiati insieme al nonno? Alla fine di ogni corsa erano soliti fermarsi all’ombra di un grande pino, per sbucciarli con un sasso.
Erano i migliori ricordi di suo nonno.

Etta stringeva la mano del suo ragazzo. Alzava bene i piedi per non inciampare tra i rami tagliati che ostruivano il sentiero. Chiuse un bottone del suo giacchetto di jeans per ripararsi dal freddo. Gli aghi di pino cadevano dagli alberi seguendo una melodia immaginaria. Arrossì a un suo complimento e continuarono a parlare della pittura. Gli alberi intorno a loro oscillavano da una parte e dall’altra per il forte vento. Con il suo ragazzo, l’ambiente intorno a lei sembrava più magico. Aveva voglia di correre e ridere insieme a lui, come solo due ragazzi innamorati sapevano fare.
Ogni tanto Etta abbassava gli occhi e cercava vicino agli alberi, qualche pinolo. Ma niente, l’estate era finita e con lei anche i ricordi di suo nonno. Etta si chiese se ora stesse bene. Se, in quel momento, fosse felice. Si chiese se il nonno l’avrebbe sgridata se avesse saputo che era andata in pineta con delle scarpe non adatte, con cui poteva prendersi delle storte molto facilmente. Sapeva di si, l’avrebbe sgridata, ma sempre con il sorriso sulle labbra. Come si era sempre mostrato a lei.
Un albero caduto gli fece deviare il loro percorso e si ritrovarono sotto uno dei pini più grandi. C’era un tronco sotto, che nella sua infanzia aveva sempre funto da panchina. Si ricordò di come si divertiva a usare quel tronco come se fosse un cavallo e immaginandosi di cavalcarlo. Suo nonno le ripeteva sempre che nella vita bisognava correre sulle proprie gambe, non su quelle degli altri. Sorrise, a quel ricordo improvviso.
Si strinse nelle braccia del suo ragazzo. Era felice di stare in quel luogo così speciale con lui. Ma sapeva che mancava qualcosa, per quanto lei ora potesse stare bene.

L’abito da sposa si impigliava nella bassa vegetazione della pineta ma a Etta non importava. Suo marito e il fotografo continuavano a ripeterle che si sarebbe rovinato. Non li ascoltò e andò avanti. Avevano deciso di farsi le foto di nozze in quella pineta, sempre così presente nella sua vita. Avevano trovato una piccola radura con un sottobosco molto fiorito. Grandi pini, svettavano sopra di lei e i pinoli, così piccoli, le facevano prendere le storte con i tacchi. Il clima era caldo, ma la solita brezza marina che soffiava negli incroci dei sentieri, liberava qualche ciocca dal suo chignon.
Guardò davanti a lei mentre il fotografo scattava le prime fotografie. Vedeva grandi pini e in quel momento le tornò in mente che assomigliavano a dei grandi ombrelli. Alzò la testa, rovinando la foto, accorgendosi di essere proprio sotto la chioma di uno dei grandi alberi.
Riuscirono a fare poche foto, Etta muoveva la testa da una parte e dall’altra della pineta, cercando di afferrare ogni singolo ricordo che aveva avuto là. In quel momento si chiese, se avesse fatto bene o meno a scegliere la pineta come luogo per le foto.

Luca aveva il casco in testa e stava cambiando marcia nella sua nuova bicicletta. Era rosso fuoco, come la desiderava lui, e sfrecciava tra i sentieri della pineta, evitando ogni buca o radice. Sapeva di poter cadere da un momento all’altro ma non gli importava. Non gli importava nemmeno di sua madre che correva dietro di lui, ma che non riusciva a stare al suo passo. Era felice e questa era l’unica cosa che contava per un bambino di 10 anni.
Stava provando una nuova tecnica. Sfrecciava e poi faceva una curva stretta intorno al tronco di un grande pino. Cominciò a piovere, prima poche gocce e in pochi minuti un acquazzone. Luca non si rese conto che il terreno sotto di lui non era più solido. La sua ruota anteriore rimase incastrata nella melma della pineta e Luca cadde dalla bici. Non voleva piangere, ma lo fece per il dolore al ginocchio.
Etta arrivò di corsa, e ancora con il fiatone soccorse suo figlio. Era solo una sbucciatura, ma Luca piangeva tanto. Pensò che c’erano motivi peggiori per piangere ma suo figlio era ancora così piccolo per conoscere la vera sofferenza. Lo strinse, e portando con l’altra mano la sua piccola bici, si avviarono verso casa ormai zuppi e infangati.

Arianna era una frana in matematica, non ci poteva fare niente. Ci aveva provato con tutte le forze a capire come svolgere quell’espressione di matematica, ma non ci era riuscita. Così aveva chiesto aiuto a sua madre che le aveva promesso che durante l’estate gliel’avrebbe spiegata.
Etta sedeva vicino a sua figlia, con il quaderno e il libro di matematica aperto davanti a loro. Le stava spiegando nel modo più semplice possibile quell’equazione, quando sentì uno strano odore nell’aria. Riconobbe l’odore di fumo. Si catapultò in cucina per vedere la torta che aveva infornato. Ma non era il dolce ad emettere quell’odore. Notò l’aria intorno a lei meno nitida e un formicolio negli occhi, le fece capire che proveniva da fuori il fumo. Si affacciò sul balcone e le si gelarono le vene.
Una grande scia di fumo si levava verso il cielo. La pineta davanti al suo balcone era invasa da alte fiamme e sentì in lontananza il rumore dei canadair e degli elicotteri. Etta si pietrificò. Le sue mani stringevano la ringhiera del balcone con tanta forza, tanto da far diventare le nocche bianche.
In quel momento, non stavano bruciando solo ettari di pineta, ma stavano bruciando i suoi ricordi più preziosi. Il luogo della sua infanzia, dove aveva gli unici ricordi di suo nonno; il luogo della sua adolescenza, segnata dal suo primo amore; e quelli successivi, di suo marito e dei suoi figli. Etta stava bruciando con la sua pineta, con i suoi pini che tanto le erano familiari.
Si sentì male allo stomaco. Non sentì quando sua figlia le venne a chiedere cosa stesse succedendo. Sentiva solo il fuoco dentro di lei cercare di arrivare a i suoi ricordi, per bruciarli tutti, come corteccia di pini. Vide le fiamme che si alzavano verso il cielo, riflesse negli occhi di sua figlia. Sapeva che lei non poteva capire il suo dolore.
Vedeva dentro di lei suo nonno morire un’altra volta si ricordò le sue ultime parole: “Per quanto possiamo essere affezionati a persone, cose o luoghi e per quanto questi possano farci male, la nostra forza risiede nei nostri ricordi. Non permettere mai che qualcosa te li possa portare via”.
Si chiese il perché di tutto questo. Il perché di una distruzione così grande e inutile. Perché alberi, animali e persone dovevano soffrire così. In quelle ore, mentre vedeva la sua pineta bruciare, e nei giorni a seguire, si chiese il perché di tutta quella violenza.
E non seppe rispondersi."

Qui i miglior altri lavori pervenuti per "Un pensiero per Castelfusano":

Milena Marsella Link
Francesca Zolla Link
Rossella Cirigliano Link
Rosa Di Fiore Link
Diego Melis Link
Rita Pasqualucci Link
Natalia Velasti Link

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